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venerdì, 30 ottobre 2009
IL BLUFF DEL DIGITALE
di Mario Albanesi - Segnalato da NUOVE ANTENNE
Da qualche tempo in uno “spot” mandato in onda dalle reti Rai, una voce accattivante fuori campo invita a rinnovare la fiducia al servizio pubblico televisivo che dal 1954 è al servizio dei cittadini, illustrando i pregi della televisione digitale: insistenti fervorini che dicono cose diverse da come sono nella realtà.
La decisione dell’attuale vice ministro Paolo Romani di bruciare le tappe e di anticipare di due anni l’avvento del “digitale terrestre” - quando in tutta Europa le perplessità hanno finito per prendere il posto di tante ottimistiche sicurezze - risponde al soddisfacimento di grandi interessi che non è difficile immaginare quali siano (televisione a pagamento, divisione affaristica delle frequenze espropriate alle imprese più piccole, duro colpo alla concorrenza ecc..).
La distruzione del ministero delle comunicazioni – oggi aggregato a quello per lo sviluppo economico - fa parte di questo disegno, come la nomina di Romani, uomo di stretta osservanza berlusconiana, già fondatore della Frt - l’associazione attualmente presieduta per le reti nazionali da Fedele Confalonieri – che si è circondato di amici provenienti da questa organizzazione al fine di poter prendere indisturbato tutte le decisioni che gli venissero richieste al riparo di eventuali presenze scomode.
Al centro di tutte le attenzioni, estranee a quelle dell’interesse comune, c’è la volontà di concentrare ancora di più tutto il potere informativo di massa e per ottenere questo risultato è stata impiegata una particolare strategia che parte da molto lontano.
Come è noto la Rai, fin dai tempi in cui si chiamava Eiar, accumulò sue attrezzature di trasmissione costruite nel tempo pezzo dopo pezzo pagate indirettamente dai cittadini, che andavano dalle postazioni di trasmissione attestate sui principali monti, ai sistemi di antenna e di collegamenti in ponte radio che rendevano unico il servizio pubblico. Ebbene, con una azione continua e costante di corrosione venuta da forze annidate all’interno dell’Azienda come dall’esterno durata vent’anni, tutta l’attrezzatura di alta frequenza, cioè la parte hard – vera forza di una organizzazione televisiva e radiofonica – è stata scorporata da quella meno importante che potremmo definire soft, ovvero studi di trasmissione e parte amministrativa, creando una società per azioni battezzata Rai Way.
Con questa operazione a vasto raggio di sottrazione in sordina di un bene pubblico inestimabile, la Rai perdeva la facoltà di valersi della sua impiantistica in esclusiva, perché la neonata società privata, automaticamente veniva ad essere in condizione di effettuare il conto terzi: una vittoria tale da parte di Mediaset e di Telecom da poterla paragonare all’appropriazione dell’etere ottenuta con i famigerati decreti Craxi uno, due e tre, condotta a termine con l’incosciente complicità di quelle forze politiche che cadendo nel tranello ne sarebbero state pesantemente danneggiate come attualmente sta avvenendo.
Da qualche tempo quindi Mediaset e l’aggregata Telecom La7, “sistemandosi” ben bene utilizzando le migliaia di postazioni storiche già di proprietà dell’ente pubblico disseminate in tutto il territorio italiano si sono costituite in tutta sicurezza la base operativa per imporre l’adozione forzata del digitale terrestre, ovvero la voce unica delle reti nazionali private a discapito di tutti gli altri soggetti.
La scarsa attenzione dedicata dai mezzi di informazione ad argomenti di così fondamentale importanza che invece di attenuare il conflitto di interessi lo stanno accentuando lascia stupefatti, ed è in questo clima inerziale di mancati controlli che senza tanti complimenti i profittatori che stanno al governo hanno potuto prendere decisioni ai danni di tutti.
La propaganda in favore del digitale terrestre è riuscita a trarre in inganno - eccetto coloro che sapevano, tacevano e mistificavano - il grosso pubblico perché una pubblicistica orientata ha presentato in tutta Europa le trasmissioni di digitale come un fattore di progresso ineluttabile: un equivoco molto simile a quello che si verificò qualche decennio fa con la distruzione in molte città delle linee tranviarie e di filobus sostituite da mezzi su gomma: ritenuti “più moderni”.
Quest’ultima operazione, cui ben pochi si opposero con il timore di essere giudicati dei “passatisti”, concepita per favorire l’industria automobilistica, ebbe se non altro - a differenza del digitale terrestre che se nulla interverrà risulterà irreversibile - il pregio di non chiudere la porta ad un ritorno ai mezzi più economici ed ecologicamente più sicuri infatti, all’insegna della locuzione scherzosa “cura del ferro” (entrata ormai nell’uso comune fino a divenire un tantino fastidiosa) poco per volta sono riapparsi i tram e anche qualche linea di filobus.
Uno degli inconvenienti dei metodi scelti per introdurre il “digitale terrestre” è quello di non consentire alternative come è avvenuto per esempio intorno alla metà degli Anni cinquanta durante il passaggio dalle Onde medie alla Fm: alla modulazione di ampiezza venne affiancato il sistema a modulazione in frequenza e la la Rai invitò semplicemente gli ascoltatori a orientarsi sulla Fm acquistando nuovi apparecchi in grado di ricevere i due sistemi, guardandosi bene dal creare uno stato di fatto che rendesse inservibili quelli già in loro possesso. Anche il passaggio dal bianco e nero al colore avvenne senza rottam
17:01 Scritto da: consumatori in RASSEGNA STAMPA | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
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Commenti
NOn sarebbe male informarsi prima di sparare a zero. Se questa è informazione 2.0 preferivo la 1.0! Mai viste tante castronerie in un articolo solo, daltronde senza lamentarsi di qualcuno o qualcosa come si fa a campare?
Scritto da: Federico Rocchi | sabato, 31 ottobre 2009
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